Una nuova spedizione dei Mille da Sud a Nord: il Meridione si riprenda le ricchezze della “Padania”, accumulate in un secolo e mezzo di dissanguamento delle popolazioni meridionali.

Una nuova spedizione dei Mille da Sud a Nord: il Meridione si riprenda le ricchezze della “Padania”, accumulate in un secolo e mezzo di dissanguamento delle popolazioni meridionali.
Una nuova spedizione dei Mille da Sud a Nord: il Meridione si riprenda le ricchezze della “Padania”, accumulate in un secolo e mezzo di dissanguamento delle popolazioni meridionali.
Una nuova spedizione dei Mille da Sud a Nord: il Meridione si riprenda le ricchezze della “Padania”, accumulate in un secolo e mezzo di dissanguamento delle popolazioni meridionali.
«Se dall’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone». L’assassinio di Napoli, qui riprodotto attraverso le altisonanti parole di Gaetano Salvemini, era e resta il simbolo di un Meridione depredato per arricchire le regioni del Nord. Un dato, questo, da cui è indispensabile partire per tutte le analisi o celebrazioni sui 150 anni dall’Unità d’Italia. Una pietra miliare che si abbatte come un macigno sulle rozze affermazioni di una inesistente “Padania” di stampo leghista.
A Umberto Bossi va ricordato in primo luogo che nel 1861, anno della “annessione” al Nord, il Prodotto interno lordo pro capite fra le due aree del Paese era pressoché identico (Rapporto Svimez “150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011” presentato a maggio di quest’anno). «Nel 1860 – aggiunge il vicepresidente di Svimez Luca Bianchi – in realtà c’era una quantità di insediamenti industriali simile tra Nord e Sud. Poi alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento inizia lo sviluppo del grande triangolo industriale Milano-Torino-Genova e da quel momento il Mezzogiorno non riesce più a tenere il passo».

Altri indicatori mostrano con ancor maggiore chiarezza come a partire dal 1860 si sia verificata una “esportazione forzata” di ricchezze e manodopera dal Sud al Nord: enormi risorse drenate dai territori meridionali e dirottate al Nord, nell’ottica di una spoliazione sommaria, decisa cinicamente a tavolino e realizzata mettendo il Mezzogiorno a ferro e fuoco.

Lo spartiacque del 1861 devia, innanzitutto, l’ottica dei mercati. Fino a quella data, infatti, il Sud guardava al Mediterraneo dall’alto, in posizione di assoluta leadership, visto che «nel settore delle produzioni mediterranee il Paese meridionale era il più avanzato al mondo» (come scrive la storica Stefania Maffeo), mentre in Campania si concentravano le linee ferroviarie costruite prima del 1848 (oltre alla Napoli-Portici, prima linea ferroviaria italiana in assoluto, del 1839, c’erano la Napoli-Torre Annunziata–Castellammare e la Napoli-Caserta-Capua) e si intraprendeva in quegli anni il tracciato di due nuove linee: la Torre Annunziata-Salerno e la Capua-Ceprano.
Ancora nel 1871 l’indice di industrializzazione delle principali Province italiane vedeva Napoli al secondo posto in Italia (con un valore pari all’1,44) dopo Milano (1,69) e ben prima di Torino (1,41), Venezia (1,37), Firenze (1,22) e Roma (0,69).

Ricorda Mack Smith nel volume Storia d’Italia dal 1861 al 1997 (Laterza, 1997) come negli anni post-unitari la partecipazione al voto avvenisse per censo: di conseguenza, i deputati del Sud rappresentavano le istanze dei proprietari terrieri, più che quelle della popolazione meridionale.
Su questa occupazione selvaggia di territori, uomini e risorse suonano da monito le parole di Antonio Gramsci: «Lo stato italiano fu una dittatura feroce che mise a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».
«L’unità d’Italia – per dirla con Giustino Fortunato – è stata la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’unità ci ha perduti».

Per questo, a Umberto Bossi e ai suoi, ma ancor di più al cosiddetto “popolo di Pontida”, ricordo che la Padania, se mai dovesse esistere, è un territorio di proprietà del Sud, che vi ha esportato le sue ricchezze e la sua manodopera.
Noi non consentiremo che la presunta Padania si stacchi dal resto del Paese. Bisognerà piuttosto, a 150 anni di distanza dall’annessione colonialista dei piemontesi, programmare ed attuare una “spedizione dei Mille” in direzione inversa, da Sud verso Nord, per riprenderci effettivamente quanto ci è stato tolto in un secolo e mezzo di storia.

I socialdemocratici italiani sono pronti a partire per una spedizione che, riequilibrando le sorti economiche, riscriva nuove pagine di storia italiana, per la rinascita del Sud e del Paese intero, di un Paese che torni a guardare verso il Mediterraneo come centro strategico dello sviluppo nel mondo occidentale e che ritrovi il Mezzogiorno d’Italia come suo fulcro.

Renato d’Andria
segretario nazionale Psdi

(articolo preso da www.labarbarie.it di Renato d’Andria )

Una nuova spedizione dei Mille da Sud a Nord: il Meridione si riprenda le ricchezze della “Padania”, accumulate in un secolo e mezzo di dissanguamento delle popolazioni meridionali.ultima modifica: 2011-11-02T16:38:00+00:00da renatodandria
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