LICENZIARE PER CRESCERE? FORSE SI’

LICENZIARE PER CRESCERE? FORSE SI'
 

Si sollevano le voci più diverse all’indomani della “lettera” inviata da Silvio Berlusconi a Bruxelles per garantire le nostre misure in favore della crescita. A sollevare il polverone è stata soprattutto la misura che riguarda nuove possibilità di licenziamento nelle aziende italiane. Un addio sostanziale allo Statuto dei lavoratori. Tuonano le rappresentanze sindacali, Cgil in testa, mentre sul versante opposto una personalità come il Nobel Franco Modigliani dichiara: «quando le imprese non possono licenziare, non assumono, in particolare, i giovani». Il ministro Sacconi dal canto suo aggiunge che «quando un lavoratore perde il posto per la crisi, non c’è Statuto dei lavoratori che tenga, Per questo bisogna fare sì che quei licenziamenti siano più certi e trasparenti per il lavoratore».
Detta così, la “ricetta” non è certo facile da mandar giù per i lavoratori italiani. Diverso sarebbe un approccio alla strategica questione come quello che da tempo andiamo proponendo.E che fa della “flessibilità” non un handicap, bensì una risorsa.

In un mercato del lavoro flessibile, libero dalle imposizioni del passato, in primis quella di mantenere a vita anche personale di scarsa efficienza o produttività, il “posto fisso” lo fa il lavoratore. Nel senso che è interesse delle aziende rinnovare contratti e valorizzare le posizioni di coloro che si dimostrano dotati, nel tempo, dei requisiti di affidabilità e capacità, avendo per giunta acquisito un capitale prezioso per l’impresa stessa, vale a dire l’esperienza maturata sul campo. Insomma, la tanto “odiata” flessibilità – e, quindi, precarietà vera del lavoro – riguarda esclusivamente coloro che non intendono o non possono soddisfare ai livelli richiesti dalle proprie mansioni, di qualunque natura esse siano.
L’Italia, del resto, è stata per anni la patria del “posto fisso”, e rimane pressoché l’unico fra i Paesi occidentali in cui si continua a voler imporre una garanzia che il mercato rende di fatto ormai inattuabile. Chi oggi protesta sogna in realtà il ritorno ad una magistratura del lavoro che, proprio come accadeva negli anni ’70, ’80 e ’90, per un malinteso senso di solidarietà aprioristica col lavoratore, finiva talvolta per garantire posizioni di rendita “eterna”, a tutto discapito della produttività del Paese.
Quanto alla obiezione che un Paese di precari non ha futuro, va ricordato che in Stati a noi vicini, come Francia e Gran Bretagna, dove il posto fisso non esiste, i tassi di natalità si mostrano in salita. E ciò si deve ad attente e mirate politiche di welfare in favore delle famiglie, ma anche dei monoreddito o dei singoli cittadini, sostenuti proprio nel momento in cui sta per venire al mondo un figlio. E’ questo che dobbiamo auspicare in Italia: politiche serie della famiglia. E non certo la “cultura” del posto fisso.

Renato d’Andria

Articolo preso da www.labarbarie.it

LICENZIARE PER CRESCERE? FORSE SI’ultima modifica: 2011-11-02T16:33:36+00:00da renatodandria
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