UN INTERESSANTE ARTICOLO SUGLI SCENARI DI CONFINDUSTRIA PROSSIMI VENTURI (Renato d’Andria)

 


Sembra una scelta scontata. Il profilo giusto al posto giusto, un identikit perfetto, quello del prossimo presidente di Confindustria che tra un anno, nel 2012, dovrà succedere ad Emma Marcegaglia. Non ha peli sulla lingua, in un’intervista al Corsera del 12 maggio, l’eminenza grigia e vicepresidente del gotha imprenditoriale, Alberto Bombassei. In questi ultimi mesi, confida, «mi sono fatto un’idea su chi potrebbe essere un ottimo presidente… Penso a Gianfelice Rocca, un galantuomo che rappresenta una storia imprenditoriale familiare di assoluta eccellenza». Non contento canta le lodi del gruppo: «Tenaris è un’impresa leader e la Humanitas un caso di valore». E poi gli encomi ad personam: «Gianfelice ha l’età giusta, è saggio e ha il vantaggio di conoscere bene il sistema confindustriale perchè è stato per ben due volte vicepresidente insieme a me. Conosco la sua attitudine al lavoro di squadra per cui la sua gestione sarebbe una presidenza poco accentratrice».

Commenti di vario tenore in viale dell’Astronomia, storico quartier generale dei “padroni”. «Una incoronazione in piena regola, un’investitura fatta su misura. Per spiazzare gli avversari e mettere dei precisi paletti». «Un modo classico per bruciare un nome, quando vien fatto con così largo anticipo. Sta ora a vedere quali giochi si stanno realmente giocando». E ancora: «Il prossimo presidente si troverà a dover fronteggiare una crisi delle imprese che nel prossimo autunno esploderà in modo traumatico e quindi avremo un 2012 di lacrime e sangue». E allora: un assist – l’outing di Bombassei – un calcione negli stinchi, o cosa? E poi, può significar qualcosa l’ammiccante strizzatina d’occhi al neosindaco di Milano Giuliano Pisapia?

Per districarsi nella giungla di ipotesi e scenari, può tornare utile delineare un contesto più preciso e individuare storie, amici & legami. Oltre ai maxi business in pentola (per la famiglia Rocca).

Racconta ancora un iscritto storico di Confindustria, trent’anni di viale Astronomia nel pedigree: «E’ un periodo dove ci vuole sicurezza, stabilità e solidità, tre esse tutte necessarie nella bufera che si sta scatenando. Con ogni probabilità i poteri forti hanno individuato in Rocca la figura ad hoc, dipinta come il padre d’azienda buono ed efficiente. Primo requisito, è uomo di chiarissima fede Opus dei. Secondo, fa parte del ristretto consesso della Trilateral, l’organismo sovranazionale che governa i destini economici, finanziari e quindi sociali del mondo. Poi, in passato ma anche oggi la famiglia ha un forte profilo internazionale, con un’Argentina da sempre nel cuore». Il nostro interlocutore sottolinea il “fattore Argentina” (senza dimenticare quello “paesi dell’est”) che ha caratterizzato i trascorsi del Venerabile Licio Gelli. Ma soprattutto quelli del più potente grand commis ancora sulla scena, Giancarlo Elia Valori, espulso dalla P2 da Gelli in persona e grande amico dei Rocca. «Non risulta un Rocca iscritto alla massoneria – viene aggiunto – ma sappiamo bene che i nomi che contano davvero non fanno capo agli elenchi ufficiali ma a logge super segrete. Comunque è noto che la Rocca dinasty è stata nel corso di tanti anni capace di coniugare in modo perfetto gli interessi dei più forti gruppi di potere e pressione. E la presenza nella Trilateral Commission la dice lunga…». Non di minor spessore altre mostrine sul petto pluridecorato di Gianfelice: sempre a livello internazionale, infatti, è componente dell’European Advisory Board della Harvard Business School, del comitato esecutivo dell’Aspen Institute e dell’advisory board europeo del colosso assicurativo Allianz.

Lo storico scrigno di casa Rocca si chiama Techint. Dove si incrociano amicizie e si dipanano storie, spesso e volentieri dai profili inquietanti. Un colosso italo-argentino capace di controllare un centiniaio di società, gestire affari arcimiliardari che vanno dal mattone alle infrastrutture passando per la siderurgia. Ramificato in mezzo mondo, dalle holding lussemburghesi fino al Messico (con la controllata Tamsa) o agli Usa, dove ha fatto shopping acquisendo un “concorrente” d’acciaio, Maverick Tube Corporation. Ma ecco le “amicizie” germogliate nel corso degli anni sotto il protettivo ombrello di Techint.

AMICI NOSTRI

Paolo Scaroni – Indiscussa star Scaroni, oggi al vertici Eni, prima ancora number one all’Enel. La sua business school? Ma la Techint della famiglia Rocca. Avrà contato qualcosa, nell’irresistibile ascesa, la parentela (sono cugini) con la socialista forever Margherita Boniver, sottosegretario agli Esteri (in compagnia di un altro inossidabile da prima repubblica, l’oggi Noi Sud Vincenzo Scotti)? E pensare che per Scaroni l’ascesa nei paradisi delle ex “partecipazioni statali” è stata un’impresa degna del Contadòr più in forma sulle salite dello Zoncolan. Perchè è uscito rovinosamente di strada, vent’anni fa, per poi tornare in sella più aggressivo che prima. Succede nel 1992, quando viene arrestato per tangenti che proprio la “sua” Techint avrebbe versato al Psi su richiesta del cassiere (poi morto suicida) Vincenzo Balzamo. Quattro anno dopo Scaroni patteggia: un anno e quattro mesi per concussione. Ricordano le cronache che «le mazzette versate al garofano servivano per far aggiudicare alla Techint appalti con l’Enel» (di cui anni più tardi, dal 2002 al 2005, diventerà addirittura amministratore delegato e direttore generale). A Techint occupa la poltrona di vice presidente e amministratore delegato, Scaroni, per oltre un decennio, dal 1985 al 1996, strategico per le “privatizzazioni facili” dei governi di sinistra (sic) targati D’Alema, con “regali” di Stato (per Techint) che si chiamano Dalmine, Siv, Italimpianti. Una pacchia.

Giuseppe e Ottavio Pisante – Altri grandi amici “collegati” i fratelli foggiani Pisante, Ottavio e Giuseppe (quest’ultimo recentemente scomparso). Che ci portano ad un autentico ginepraio di sigle, affari & misteri. Fino all’omicidio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin (vedi box) e perfino ai business (ante litteram) della monnezza di Napoli e della Campania.

Partiamo proprio dai milioni di euro contenuti nei miracolosi sacchetti a perdere. In campo scende, fin dagli anni ‘90, un affiatato tandem, ovvero due dinasty gemellate: quella dei fratelli Pisante e dei Colucci da San Giorgio a Cremano (uno dei più popolosi comuni dell’hinterland partenopeo), i quali spiccano il volo con la privatizzazione del servizio di raccolta per la nettezza urbana a Napoli, nel 1990, voluta dall’assessore del psi Antonio Cigliano (la cui famiglia non ha perso il pelo nel corso degli anni: uno dei rampolli, Dario, è stato arrestato nell’ultima monnezzopoli giudiziaria di pochi mesi fa, in quanto referente campano di Enerambiente). Dal tandem germoglia un autentico arcipelago di sigle che, con gli anni, diventa oligopolista nel settore della monnezza, a Napoli e non solo. Dalle corazzate di famiglia, Emit ed Emas, vengono generate società su società, consorzi su consorzi (per fare solo alcuni nomi, Nuova Spra Ambiente, Emas Ambiente, Servizi Ambientali, Copafi, Sogepi, Proteia etc.), sui quali punta i riflettori a fine anni ‘90 la commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, a quel tempo presieduta dal verde Massimo Scalia.

In un dossier al vetriolo datato 29 marzo 2000 vengono non solo ricostruite le molteplici tessere del mosaico affaristico a base di monnezza miliardaria, ma anche le connection con alcune sigle in forte odore di clan. A cominciare da quelle impegnate a Pianura – periferia ovest di Napoli, storico avamposto dell’abusivismo edilizio – dove ad inizio anni ‘90 vengono perfino interrate le supertossiche scorie provenienti dalla famigerata Acna di Cengio (e proprio a Pianura scoppierà la “rivolta” pilotata da ultrà e nazi tre anni fa, leader della protesta il supervotato del Pdl alle amministrative di metà maggio, Marco Nonno).

Il super affiatato tandem Pisante-Colucci ha messo anche le mani, attraverso la società collegata Italcogin, su Waste Italia, diretta emanazione del colosso a stelle e strisce: a cavallo fine ‘90 e 2000, la poltrona di presidente è stata appannaggio di Paolo Togni, storico plenipotenziario al ministero dell’Ambiente, soprattutto quando al vertice sedeva l’inossidabile An, ora Pdl, Altero Matteoli (oggi titolare dei Trasporti). In quegli stessi anni Togni era numero due della Sogin, la creatura del generale Carlo Jean tuffatasi subito nel business degli impianti di Cdr: per la serie, ennesimo conflitto d’interesse (per Togni) grosso come l’impianto di Acerra, l’ennesimo bluff sulla pelle e le tasche dei campani, nato ultravecchio e da un anno e mezzo (da quando è entrato – si fa per dire – in funzione) “regolarmente” a scartamento ridotto.

Altro storico obiettivo dei Pisante l’acqua, l’oro blu. Con l’ennesima sfilza di ammiraglie lanciate all’inseguimento di appalti in mezza Italia e oltre. Da Acqua Latina (e relative inchieste della magistratura) a Sicilia Acque, è tutto un prolifer di sigle, spesso e volentieri gemellate con star nazionali ed estere del settore, come, per fare qualche esempio, l’amica Enel Hydro o la francese Veolia: dove, guarda caso, ha fatto o fa capolino l’amico Paolo Scaroni, vuoi quando era al vertice Enel, vuoi adesso che è vertice Eni (e al tempo stesso consigliere di amministrazione di Veolia Environment).

Ne è passata d’acqua sotto i ponti, quasi vent’anni, da quel drammatico inizio 1992, vero e proprio antipasto di Tangentopoli, quando la Procura di Foggia (la voce di marzo ‘92 titolò la sua cover story Manfregonia) mise le mani su un vero e proprio verminaio di appalti & connection, 78 miliardi di vecchie lire per realizzare dei nastri trasportatori nel porto di Manfredonia. Alcuni vip della politica nella bufera: in prima fila Paolo Cirino Pomicino, all’epoca dei fatti strategico ministro del Bilancio e il psi Rino Formica. Tutti grandi amici dei Pisante, che hanno coltivato negli anni un altro feeling: quello con Gianni De Michelis, compagno di banco – ricordano in Transatlantico – dello stesso Giuseppe Pisante. E risalgono proprio ad allora le prime “mazzette in mini”, veri vagiti degli odierni bunga bunga. Ovvero quattro ragazze, oggi le chiamiamo escort, dalle misure giuste: secondo le cronache del palazzo di giustizia foggiano, «una veneziana del ‘61, una bolognese del ‘49 e due sventole napoletane del ‘60 e del ‘63, tutte a libro paga Emit per la cifra complessiva di 145 milioni». Di vecchie lire: ma chi è il principiante e crinotrapiantato Silvio nei confronti di un De Michelis d’antan e dalle chiome fluenti?

Gianmario Roveraro – Passiamo ad un altro storico amico della famiglia Rocca, col la quale ha condiviso le più svariate imprese, a cominciare dalla star Humanitas (vedi box). Per arrivare ad un’altra sigla che li ritrova tutti insieme, gli amici. Si tratta di Acqua Holding – tanto per restare in tema idrico – dove per molti anni hanno unito i loro destini i Rocca, Scaroni, Giuseppe Pisante, in compagnia di Mario Fiore, Ettore Gotti Tedeschi (di cui scriviamo più avanti) e lui, Roveraro. Uno dei laeder indiscussi dell’Opus Dei in Italia finito tragicamente quasi cinque anni fa: il suo corpo, orrendamente mutilato, viene rinvenuto nelle campagne vicino Parma, a luglio 2006.

Un mistero mai chiarito: secondo gli inquirenti si sarebbe trattato della vendetta di un piccolo imprenditore locale, Filippo Botteri, finito in crac. E’ reo confesso, Botteri, ma la sua storia storia non convince. Nelle verbalizzazioni, però, si lascia sfuggire qualche dettaglio che avrebbe dovuto far drizzare le antenne ai magistrati: parla, infatti, del dirottamento che Roveraro avrebbe effettuato un paio d’anni prima di ingenti fondi, provenienti da un arcicrac, quello Parmalat, appena esploso: i soldi sarebbero finiti su un conto corrente svizzero acceso presso l’Ubs (Unione Banche Svizzere). Potrebbe essere questa una pista per accertare il movente e trovar traccia dei mandanti dell’omicidio? Niente, il silenzio più tombale. Comunque, il “soprannumerario” dell’Opus Dei, Roveraro, prima della sua tragica fine si era liberato di alcune partecipazioni “storiche”, come quelle di casa Montedison (fu protagonista con Raoul Gardini al colosso petrolchimico) o intessute con l’ex vertice della Banca di Roma Pellegrino Capaldo. Mentre restavano in piedi i legami, solidissimi, con le corazzate imprenditoriali dell’Ovra, le imprese dei fratelli Pisante e con il patròn di Parmalat, Calisto Tanzi.

Era stato proprio Roveraro, a fine anni ‘80, ad organizzare lo sbarco del titolo Parmalat in Borsa, fianco a fianco con Tanzi e con un altro misterioso personaggio, Mario Mutti, un iscritto a Gladio. Cosa ci farà mai la formazione nata con la Stay Behind nel decollo del titolo di Collecchio? Mistero. Nel pedigree di Mutti fanno capolino il gruppo Polenghi Lombardo, la cassa dei segreti Finanziaria Centro Nord e perfino la Telecinco, il pallino iberico di Berlusconi. E Fedital, la finanziaria di casa Federconsorzi.

Ed è qui che i destini si incrociano di nuovo con quelli targati Roveraro: il quale, infatti, è il grande regista della spoliazione di un mega patrimonio, quello di marca Federconsorzi, valutato in 7-8 mila miliardi di vecchie lire e letteralmente volatilizzato dopo un finto piano di salvataggio. «Il piano Capaldo – ricordano ancora alla procura di Roma – attuato attraverso la comoda scatola SGR. Alla fine si sono recuparati a stento poco più di mille miliardi. E il resto? Creditori truffati e aziende passate agli amici degli amici». E viene aggiunto: «Sarebbe stato necessario indagare sui misteri contenuti nella Akros, la finanziaria inventata da Roveraro, vero trampolino di lancio per Parmalat. E poi sui legami con la Finanziaria Centro Nord, altro crocevia di mega affari poco chiari. Equindi sul ruolo svolto, oltre che da Roveraro, anche da Gotti Tedeschi. E’ stata fatta luce su qualcosa? Niente».

Altro uomo chiave, Gotti Tedeschi. Nel 1993 diventa vicepresidente di una delle più grosse banche spagnole (tanto per restare nella patria di monsignor Josemaria Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Ovra), il Santander Central Hispano, a quel tempo azionista del San Paolo Imi. E proprio attraverso le casse del Santander transiteranno poi ingenti masse di fondi distratti dalle casse di Parmalat. Il patto di ferro Gotti-Tanzi-Santander avrebbe avuto anche il suo suggello: la creazione di un circolo Opus Dei capitanato da Luciano Silingardi, commercialista di casa Tanzi e al vertice della Fondazione Cassa di Parma. Qualcuno ha mai indagato su simili triangolazioni? Su tanti rapporti da milioni di euro? Su così grossi misteri rimasti insoluti sul campo? Nessuno.

Eppure, nella casa della Trasparenza e dell’Efficienza del dopo Marcegaglia sta per entrare el hombre della Provvidenza. Gianfelice Rocca.

articolo di Andrea Cinquegrani tratto da da La Voce delle Voci – giugno 2011

Articolo preso dal sito www.labarbarie.it

 

 

 

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UN INTERESSANTE ARTICOLO SUGLI SCENARI DI CONFINDUSTRIA PROSSIMI VENTURI (Renato d’Andria)ultima modifica: 2011-08-06T17:09:00+00:00da renatodandria
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