02/11/2011

Una nuova spedizione dei Mille da Sud a Nord: il Meridione si riprenda le ricchezze della “Padania”, accumulate in un secolo e mezzo di dissanguamento delle popolazioni meridionali.

Una nuova spedizione dei Mille da Sud a Nord: il Meridione si riprenda le ricchezze della “Padania”, accumulate in un secolo e mezzo di dissanguamento delle popolazioni meridionali.
Una nuova spedizione dei Mille da Sud a Nord: il Meridione si riprenda le ricchezze della “Padania”, accumulate in un secolo e mezzo di dissanguamento delle popolazioni meridionali.
Una nuova spedizione dei Mille da Sud a Nord: il Meridione si riprenda le ricchezze della “Padania”, accumulate in un secolo e mezzo di dissanguamento delle popolazioni meridionali.
«Se dall’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E’ caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone». L’assassinio di Napoli, qui riprodotto attraverso le altisonanti parole di Gaetano Salvemini, era e resta il simbolo di un Meridione depredato per arricchire le regioni del Nord. Un dato, questo, da cui è indispensabile partire per tutte le analisi o celebrazioni sui 150 anni dall’Unità d’Italia. Una pietra miliare che si abbatte come un macigno sulle rozze affermazioni di una inesistente “Padania” di stampo leghista.
A Umberto Bossi va ricordato in primo luogo che nel 1861, anno della “annessione” al Nord, il Prodotto interno lordo pro capite fra le due aree del Paese era pressoché identico (Rapporto Svimez “150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011” presentato a maggio di quest’anno). «Nel 1860 – aggiunge il vicepresidente di Svimez Luca Bianchi - in realtà c'era una quantità di insediamenti industriali simile tra Nord e Sud. Poi alla fine dell'Ottocento e ai primi del Novecento inizia lo sviluppo del grande triangolo industriale Milano-Torino-Genova e da quel momento il Mezzogiorno non riesce più a tenere il passo».

Altri indicatori mostrano con ancor maggiore chiarezza come a partire dal 1860 si sia verificata una “esportazione forzata” di ricchezze e manodopera dal Sud al Nord: enormi risorse drenate dai territori meridionali e dirottate al Nord, nell’ottica di una spoliazione sommaria, decisa cinicamente a tavolino e realizzata mettendo il Mezzogiorno a ferro e fuoco.

Lo spartiacque del 1861 devia, innanzitutto, l’ottica dei mercati. Fino a quella data, infatti, il Sud guardava al Mediterraneo dall’alto, in posizione di assoluta leadership, visto che «nel settore delle produzioni mediterranee il Paese meridionale era il più avanzato al mondo» (come scrive la storica Stefania Maffeo), mentre in Campania si concentravano le linee ferroviarie costruite prima del 1848 (oltre alla Napoli-Portici, prima linea ferroviaria italiana in assoluto, del 1839, c’erano la Napoli-Torre Annunziata–Castellammare e la Napoli-Caserta-Capua) e si intraprendeva in quegli anni il tracciato di due nuove linee: la Torre Annunziata-Salerno e la Capua-Ceprano.
Ancora nel 1871 l’indice di industrializzazione delle principali Province italiane vedeva Napoli al secondo posto in Italia (con un valore pari all’1,44) dopo Milano (1,69) e ben prima di Torino (1,41), Venezia (1,37), Firenze (1,22) e Roma (0,69).

Ricorda Mack Smith nel volume Storia d'Italia dal 1861 al 1997 (Laterza, 1997) come negli anni post-unitari la partecipazione al voto avvenisse per censo: di conseguenza, i deputati del Sud rappresentavano le istanze dei proprietari terrieri, più che quelle della popolazione meridionale.
Su questa occupazione selvaggia di territori, uomini e risorse suonano da monito le parole di Antonio Gramsci: «Lo stato italiano fu una dittatura feroce che mise a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».
«L’unità d’Italia – per dirla con Giustino Fortunato - è stata la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’unità ci ha perduti».

Per questo, a Umberto Bossi e ai suoi, ma ancor di più al cosiddetto “popolo di Pontida”, ricordo che la Padania, se mai dovesse esistere, è un territorio di proprietà del Sud, che vi ha esportato le sue ricchezze e la sua manodopera.
Noi non consentiremo che la presunta Padania si stacchi dal resto del Paese. Bisognerà piuttosto, a 150 anni di distanza dall’annessione colonialista dei piemontesi, programmare ed attuare una “spedizione dei Mille” in direzione inversa, da Sud verso Nord, per riprenderci effettivamente quanto ci è stato tolto in un secolo e mezzo di storia.

I socialdemocratici italiani sono pronti a partire per una spedizione che, riequilibrando le sorti economiche, riscriva nuove pagine di storia italiana, per la rinascita del Sud e del Paese intero, di un Paese che torni a guardare verso il Mediterraneo come centro strategico dello sviluppo nel mondo occidentale e che ritrovi il Mezzogiorno d’Italia come suo fulcro.


Renato d’Andria
segretario nazionale Psdi

(articolo preso da www.labarbarie.it di Renato d'Andria )



UNA CASTA DA 9 MILIARDI L'ANNO

UNA CASTA DA 9 MILIARDI L'ANNO

 

I conti li ha fatti nei giorni scorsi l'Ufficio Studi Confcommercio. I costi della rappresentanza politica, cioé quelli che i cittadini complessivamente sostengono per eleggere e far funzionare l'insieme degli organismi legislativi nazionali e decentrati, ammontano nel nostro Paese ad oltre 9 miliardi di euro l'anno, vale a dire poco più di 350 euro per nucleo familiare, circa 150 euro a testa.

Sono la bellezza di 154 mila e passa i rappresentanti politici dei vari organi collegiali nazionali e locali. Ma sono proprio loro, la Casta, che di tagli ai costi della politica proprio non vogliono sentir parlare. L'ipotesi della riduzione di poco più di un terzo del numero dei parlamentari comporterebbe, sempre secondo i dati di Confcommercio, un risparmio di spesa pari ad oltre 3,3 miliardi l'anno. Cifra sufficiente ad attuare una riduzione permanente di circa 8 decimi di punto della prima aliquota Irpef a beneficio di oltre 30 milioni di contribuenti o, in alternativa, ad ottenere permanentemente una somma di 2.900 euro all'anno da destinare a tutte le famiglie in condizioni di povertà assoluta. In entrambi i casi, si tratterebbe della più grande ed efficace operazione di redistribuzione mai effettuata nel nostro Paese.

Va ricordato che la manovra economica approvata dal Parlamento quest’estate determina entro la fine dell’anno un esborso di circa 1200 euro all'anno a famiglia. E nel testo definitivo della manovra finanziaria non c'è traccia dei tagli ai privilegi della politica promessi a gran voce dall'esecutivo. Dalle indennità ai vitalizi, per la Casta cambia davvero poco.

«Da molti anni - ricorda Confcommercio - la spesa pubblica nel nostro Paese si mantiene stabilmente al di sopra del 50% del Pil. È un dato comune alle principali economie europee, anch'esse ispirate al modello che intende contemperare esigenze del mercato e coesione sociale, ma che presenta, nel caso dell'Italia, connotazioni anomale, prime fra tutte la scarsa efficienza dell'apparato pubblico e la modesta capacità delle politiche redistributive di attenuare/ridurre le disuguaglianze dal lato dei redditi».
R. P.

(articolo preso da www.labarbarie.it di Renato d'Andria)


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LICENZIARE PER CRESCERE? FORSE SI'

LICENZIARE PER CRESCERE? FORSE SI'
 

Si sollevano le voci più diverse all'indomani della "lettera" inviata da Silvio Berlusconi a Bruxelles per garantire le nostre misure in favore della crescita. A sollevare il polverone è stata soprattutto la misura che riguarda nuove possibilità di licenziamento nelle aziende italiane. Un addio sostanziale allo Statuto dei lavoratori. Tuonano le rappresentanze sindacali, Cgil in testa, mentre sul versante opposto una personalità come il Nobel Franco Modigliani dichiara: «quando le imprese non possono licenziare, non assumono, in particolare, i giovani». Il ministro Sacconi dal canto suo aggiunge che «quando un lavoratore perde il posto per la crisi, non c’è Statuto dei lavoratori che tenga, Per questo bisogna fare sì che quei licenziamenti siano più certi e trasparenti per il lavoratore».
Detta così, la "ricetta" non è certo facile da mandar giù per i lavoratori italiani. Diverso sarebbe un approccio alla strategica questione come quello che da tempo andiamo proponendo.E che fa della "flessibilità" non un handicap, bensì una risorsa.

In un mercato del lavoro flessibile, libero dalle imposizioni del passato, in primis quella di mantenere a vita anche personale di scarsa efficienza o produttività, il “posto fisso” lo fa il lavoratore. Nel senso che è interesse delle aziende rinnovare contratti e valorizzare le posizioni di coloro che si dimostrano dotati, nel tempo, dei requisiti di affidabilità e capacità, avendo per giunta acquisito un capitale prezioso per l’impresa stessa, vale a dire l’esperienza maturata sul campo. Insomma, la tanto “odiata” flessibilità – e, quindi, precarietà vera del lavoro – riguarda esclusivamente coloro che non intendono o non possono soddisfare ai livelli richiesti dalle proprie mansioni, di qualunque natura esse siano.
L’Italia, del resto, è stata per anni la patria del “posto fisso”, e rimane pressoché l’unico fra i Paesi occidentali in cui si continua a voler imporre una garanzia che il mercato rende di fatto ormai inattuabile. Chi oggi protesta sogna in realtà il ritorno ad una magistratura del lavoro che, proprio come accadeva negli anni ’70, ’80 e ’90, per un malinteso senso di solidarietà aprioristica col lavoratore, finiva talvolta per garantire posizioni di rendita “eterna”, a tutto discapito della produttività del Paese.
Quanto alla obiezione che un Paese di precari non ha futuro, va ricordato che in Stati a noi vicini, come Francia e Gran Bretagna, dove il posto fisso non esiste, i tassi di natalità si mostrano in salita. E ciò si deve ad attente e mirate politiche di welfare in favore delle famiglie, ma anche dei monoreddito o dei singoli cittadini, sostenuti proprio nel momento in cui sta per venire al mondo un figlio. E’ questo che dobbiamo auspicare in Italia: politiche serie della famiglia. E non certo la “cultura” del posto fisso.

Renato d'Andria

Articolo preso da www.labarbarie.it